COME LAVORO

Mi interessa che, leggendo questa pagina, tu possa capire come lavoro e chiederti se questo tipo di percorso è adatto a te in questo momento. Se ti riconosci almeno in parte in questo modo di intendere la terapia.

Cosa succede nel primo incontro e da dove si inizia?

Partiamo dal motivo che ti ha portato in studio: che cosa ti ha spinto a prenotare, che momento stai attraversando e che cosa ti aspetti dalla terapia, da me e da te. Su quelle aspettative ci fermiamo un momento, per capire insieme quanto siano realistiche. Da lì cominciamo a chiarire di che cosa hai bisogno, che tipo di aiuto cerchi e che cosa io, concretamente, posso offrirti. Il compito dei primi colloqui è proprio questo, cioè mettere a fuoco le tue difficoltà e arrivare a un accordo su obiettivi e metodi di lavoro, come descrivo nella pagina “Servizi“.

SERVE PREPARARSI ALLA PRIMA SEDUTA?

Non serve preparare nulla. A volte il motivo è chiaro, per esempio un momento difficile, una crisi o un sintomo che preoccupa. Altre volte è più vago: un malessere di fondo, una sensazione di blocco, un “non so bene cosa mi succede, ma così non mi va più bene”. In questi casi possono servire più sedute solo per mettere a fuoco perché sei qui.

COSA SIGNIFICA LAVORARE SU SU CIò CHE ACCADE NEL PRESENTE?

Nel mio modo di lavorare il presente è la cosa più importante. Il percorso non segue tappe prestabilite, non c’è un ciclo rigido di sedute in cui si decide a priori cosa fare alla quinta o alla decima volta. Non parto nemmeno da una lunga esplorazione del passato per principio, né da libere associazioni in silenzio in stile psicoanalisi classica. Quando arrivi, partiamo da come stai nel momento in cui ti siedi davanti a me: cosa provi oggi, cosa ti attraversa in questo periodo, cosa succede tra noi mentre ne parli. Il presente, per come lavoro, è il miglior materiale per conoscersi meglio. Quello che senti qui e ora è spesso la parte più autentica di te, più importante della storia che racconti su di te. È il materiale più vero per aumentare consapevolezza di bisogni ed emozioni e, partendo da lì, fare esperienze e tentativi di cambiamento che possano portarti verso una vita più piena e soddisfacente.

In che cosa il colloquio è diverso da quello con un amico o con un medico?

Con un amico c’è uno scambio reciproco, mentre qui io offro ascolto e aiuto senza chiederti di fare lo stesso con me. Non ho bisogno che tu ti prenda cura di me e non cerco rassicurazione o approvazione, perché il tempo in seduta è dedicato a te. Allo stesso tempo non mi limito a tacere annuendo, dato che resto presente nella relazione.

Non è nemmeno il classico colloquio medico, in cui si ricevono subito consigli e indicazioni pratiche. Quando si parla di farmaci o di salute fisica posso darti indicazioni concrete, ma nel lavoro psicoterapeutico il mio obiettivo non è dirti come dovresti vivere.

Non credo che esista una ricetta valida per tutti. Penso che ogni persona, se si guarda davvero dentro e ascolta i propri bisogni, possa trovare un modo di stare meglio che vale per lei. Nessuno può conoscerti più di quanto puoi conoscerti tu, perché solo tu senti come stai. Io lavoro su ciò che mi dici e su ciò che accade tra noi, e ti accompagno a trovare la tua strada invece di proporti una soluzione già pronta.

Come si svolge concretamente una seduta?

Ogni seduta parte dal momento presente: come arrivi, che pensieri hai in testa, che emozioni senti, che cosa esprime il tuo corpo. Di volta in volta scegliamo insieme su che cosa concentrarci, cioè una situazione, una relazione o un tema che in quel momento pesa di più. La seduta diventa così uno spazio in cui guardarti con più attenzione, dare forma a ciò che è confuso e fare esperienze nuove dentro una relazione protetta.

Io faccio domande, riformulo ciò che mi dici per verificare se ho capito e metto in luce collegamenti che a prima vista non si vedono. Soprattutto ti rimando ciò che stai facendo, secondo il metodo della Gestalt, così da offrirti uno specchio che ti aiuti a vederti meglio, e quando serve ti dico anche l’effetto che hai su di me.

Quando è utile propongo tecniche più espressive o esperienziali, come il lavoro in immaginazione, la sedia vuota o semplici pratiche di consapevolezza e meditazione. Non sono esercizi scelti a caso, ma strumenti che servono a far dialogare parti di te che di solito non si incontrano e a provare posizioni interiori nuove.

COME SI LAVORA SU EMOZIONI, BISOGNI E COMPORTAMENTI CHE SI RIPETONO?

Il punto di partenza è sempre l’esperienza concreta, cioè che cosa stai provando qui e ora. Spesso le emozioni sono confuse o coperte, per cui lavoriamo per dare loro un nome e per capire che cosa ti stanno segnalando. Da lì emergono con più chiarezza i bisogni che le sostengono, e possiamo chiederci quali comportamenti li soddisfano e quali invece li tradiscono.

Sui comportamenti che si ripetono il lavoro è particolare. Molte persone non si accorgono di fare sempre la stessa cosa in certe situazioni, perché sembra naturale reagire così, sembra che tutti farebbero lo stesso, sembra che “sono fatto così e non ci posso fare niente”. In terapia, prima di tutto, li rendiamo visibili: ci accorgiamo di che cosa fai, quando e con chi. Poi proviamo a fare diversamente, a partire da ciò che accade in seduta, perché se qui puoi sperimentare un comportamento nuovo, poco alla volta diventa più facile portarlo anche fuori, nella vita di tutti i giorni.

A che cosa porta questo tipo di lavoro

Quando il lavoro procede, chi viene in terapia si sente di solito più consapevole del proprio modo di funzionare. Si sviluppa una sorta di osservatore interno, cioè la capacità di accorgersi di quello che succede dentro di sé mentre si agisce o si sceglie qualcosa. Non è che la vita diventi improvvisamente leggera, ma diventa più possibile fermarsi un momento prima di reagire, vedere le alternative e non farsi trascinare solo dalle richieste esterne o dalle abitudini.

Col tempo la persona impara a scegliersi un po’ di più. L’obiettivo è che tu acquisisca progressivamente autonomia, fino a che la mia presenza non sia più necessaria e tu possa contare su una maggiore conoscenza di te, su un sentire più fine e su una maggiore libertà nel modo di comportarti.

COME CONSIDERO I SINTOMI E QUANDO USO I FARMACI?

I sintomi, per me, sono spesso segnali di disagio che il corpo e la mente mettono in campo per dire qualcosa. Cerco di non ignorarli e di non ridurli a un guasto da riparare, e provo ad ascoltarli insieme a te per capirne il senso. Allo stesso tempo ci sono momenti in cui l’ansia, l’insonnia, il panico o un umore troppo basso diventano così intensi da bloccarti e da rendere impossibile il lavoro psicoterapeutico.

Quando i sintomi sono troppo forti, o continuano anche quando la situazione che li ha scatenati è passata, valuto l’uso dei farmaci. In questi casi servono a ridurre l’intensità del sintomo quel tanto che basta per permetterti di lavorare su di te. Li uso in modo mirato e motivato, mai come unica risposta al problema, e ne parliamo apertamente perché la scelta sia il più possibile condivisa. Non faccio invece valutazioni farmacologiche isolate, perché per come lavoro i farmaci hanno senso dentro un percorso di cambiamento e non da soli.

OGNI QUANTO CI SI VEDE? LA FREQUENZA E’ FISSA?

Gli incontri si svolgono di norma una volta alla settimana o una volta ogni due settimane, a seconda del momento che stai vivendo, dei tuoi bisogni e delle risorse che puoi investire. All’inizio sono spesso più ravvicinati, per conoscerci meglio e costruire una base solida, mentre verso la fine del percorso tendono a diradarsi.

Anche questo aiuta l’autonomia, perché tra un incontro e l’altro c’è spazio per osservarti nella vita di tutti i giorni e mettere alla prova ciò che emerge in terapia. Il ritmo non è fisso e lo decidiamo insieme.

CHE RUOLO HA LA RESPONSABILITà PERSONALE IN TERAPIA?

La responsabilità personale, nel mio modo di lavorare, è un punto decisivo. Per responsabilità intendo il riconoscere la propria parte nella costruzione della propria vita: nei comportamenti, nelle relazioni e a volte anche in una quota della propria sofferenza. Questo non significa colpevolizzarsi, ma accettare che ci sono aspetti su cui puoi avere un margine di influenza.

Se una persona non è in alcun modo disponibile a riconoscere la propria parte, e si limita a rimproverare gli altri o il mondo per ciò che le accade, lo spazio di lavoro in psicoterapia si restringe molto. In questi casi è spesso più adatto un altro tipo di intervento, soprattutto quando la situazione clinica è complessa, per esempio in presenza di psicosi attive, dipendenze o urgenze psichiatriche: sono condizioni che richiedono un’équipe, e in uno studio privato, da solo, non posso sostituirmi a quel tipo di supporto. Avere una diagnosi psichiatrica non impedisce di fare psicoterapia, ma alcune condizioni rendono impossibile assumersi una responsabilità in quel momento, e allora serve altro.

PER CHI FUNZIONA QUESTO PERCORSO E PER CHI NO?

Si trovano meglio con me le persone curiose di sé, disposte a guardarsi dentro, a sopportare poco alla volta la complessità del proprio mondo interno e, con il tempo, a cambiare qualcosa del proprio modo di vivere. Fanno più fatica, e spesso non traggono beneficio da un percorso con me, le persone che non vogliono o non possono assumersi alcuna responsabilità della propria vita, dei propri sentimenti o del proprio disagio.

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